1000 giorni. Facendo un rapido calcolo a mente questo è il quantitativo effettivo di vita che ho passato al liceo. Notare che ho scritto passato, e non buttato. Di certo, non l'ho sfruttato appieno! Potrei sciorinare occasioni su occasioni perdute per divertirmi di più e preoccuparmi di meno e godermi di più la vita (nel senso del coito) ma è anche vero che se fossi nato con otto palle sarei stato un biliardo, quindi che senso ha rimpiangere? Nulla. A volte penso che il mio anti-nostalgismo sia stato un meccanismo di coping per aver avuto un' adolescenza particolarmente noiosa, ma poi rileggo le cose che criticavo e no, non lo è, semplicemente la stucchevolezza di certa gente mi avvolge come il miele (miele di api che hanno appena fatto una scorpacciata di nettare di quel fiore indonesiano che puzza di merda, ça va sans dire).
col Puzzone di Moena è la morte sua proprio
Sul noto giornale online per persone con l'anatomia genitale delle barbie* "ilpost.it" c'era tempo fa un articolo celebrativo di Tommaso Labranca, uno che per perseguire il lodevole sforzo di non faticare aveva pontificato per anni sul trash e sulla nostalgia delle pubblicità della Same-Govj, arrivando persino ad inventare la fecale trasmissione "Anima mia" in cui un genovese sosia di bashar al-assad che non ha mai fatto ridere, con voce tremolante e il sorrisino ipocrita incensava assieme al suo eraste ideologico Claudio Baglioni le cose di vent'anni prima. Ora, che il servizio pubblico debba finanziare le lacrimevoli masturbazioni passatiste di baby boomer che non hanno mai accettato la calvizie mi scoccia un po', ma per quanto mi impegni non riesco a farne una colpa a Labranca fino in fondo. Lui voleva schivare la fatica e ha trovato il filone giusto, ebbene Iddio abbia in gloria la sua anima! I coglioni vanno inculati, cazzo! (Fazio invece continua a disgustarmi come pochi).

Cosplay di foucault voto 5,5. Apprezzo lo sforzo ma il miglior Foucault resta sempre Dwayne Johnson.
Insomma tutto questo per dire cosa? Mi sono un po' perso nel discorso. Un' attimo che mi riprendo.
Ah sì. Gli anni del liceo. Dall' autunno 1997 all' estate 2001, circa 1000 giorni effettivi di sveglia alle 6 e mezzo di mattina per prendere l'autobus delle 7.0e per arrivare alle 7.30 se andava bene, perché i temibili semafori di Ponte Ronca iniziavano ad accumulare la coda che mi impediva di prendere l'autobus che partiva dal Vecchio Paese alle 7.05, che sarebbe arrivato ben dopo le 8. E quindi dovevo farmi passare quella mezz'ora/quaranta minuti in un posto caldo in cui elaborare in silenzio la sensazione di farfalle nello stomaco che mi attanagliava ogni stramaledettissimo giorno di scuola perché non ero certo che sarei stato all'altezza delle sfide (sia puramente accademiche che di socializzazione, parte quest'ultima in cui ero completamente impreparato). Non è un bel modo di vivere quei mille giorni.
Per questo c'era il bar Viola. Non si chiamava Viola, almeno quando ci andavo io aveva cambiato gestione e ragione sociale, ma tutti lo chiamavano il bar Viola. Immagino che fosse chiamato così nell'anno in cui ero in terza media, perché quelli che prendevano l'autobus assieme a me, che erano una classe più avanti della mia e che mi avevano introdotto nell'ambiente di quel bar lo hanno chiamato il bar Viola fino alla maturità. Comunque, quando ci andai io la principale attrazione erano i videogiochi coin-op, che evidentemente erano una passione del gestore. Ricordo Metal Slug (il primo), Virtua Striker (il secondo), c'era il videogioco del golf della Neo-Geo/SNK, c'era NBA Hangtime (il seguito di NBA Jam in cui spendevi dei soldi pure per disegnarti il tuo omino personale) e pure Run&Gun 2 con i due cabinati connessi in LAN. Non giocavo a nessuno di questi, perché non andavo in giro con tanti soldi: e al tempo erano già 500 lire a partita anziché le proverbiali 200 dei tempi in cui gli emuli di Tommaso Labranca si stimolavano la prostata infilandosi nel culo una penna a 8 colori con inchiostro profumato alla frutta. Poi a un certo punto misero un gioco chiamato Funworld Photo-Play, che era un PC con touch screen con giochini abbastanza insulsi (ma il touch screen faceva fico). Era un prodotto tedesco, e quindi fatto con i birkenstock e il calzino bianco (estetica mediocre, tentativo di massima funzionalità). Tra i giochini presenti c'era pure un Trivial Pursuit che aveva avuto un discreto successo tra noi sfigatoni, e con cui guadagnai un sacco di popolarità perché, siccome sono condannato ad avere una memoria eidetica per le puttanate e per la rubrica "Forse non tutti sanno che..." facevo sempre un figurone nelle partite collettive che ci facevamo nell'attesa che arrivassero le 8. Erano bei momenti, avallati anche dal fatto che i miei non avevano grossi problemi col fatto che frequentassi un bar prima della scuola. Anni dopo mia mamma mi confessò che aveva chiesto a Rambo, l'ex celerotto comparso in Bocce '92, di controllare che il posto non fosse losco.

"Tutto a posto, cocco"
Ma tutto questo c'entra il giusto con il gioco di oggi. Il fatto è che a un certo punto (all'inizio della mia 3° liceo, periodo in cui credo di avere avuto una depressione) cambiò di nuovo gestione e dai cabinati passomò alle ben più redditizie slot machine. Siccome tutto il mio gruppo, al di là dell' aspetto cazzaro, aveva un senso di autoconservazione molto alto decide di non condividere più la stanza con vecchietti incazzati che si sputtanavano la pensione su quelle macchinette infernali (e che erano molto meno divertenti persino del photoplay). Quindi passammo all' altra sala del bar in cui ci si dedicava a un passatempo più analogico: leggere la Gazzetta per meglio preparare il fantacalcio e soprattutto giocare a carte.
Per qualche ragione che credo sia dovuta al fatto che eravamo in tanti, salvo qualche partita a tresette per spezzare la routine, si giocava sempre a Briscola Chiamata, che chiamavamo "il Giaguaro", abbreviazione del suo nome alternativo, "L' amico del giaguaro", ispirato a una barzelletta che non faceva ridere, a un film che non ho mai visto e pure a un varietà televisivo con Gino Bramieri (che non faceva ridere neppure lui).
Nonno Felice
Per chi non lo sapesse (e immagino siate in tanti, essendo un gioco praticamente estinto fuori da certe sacche di provincia dove il tempo si è fermato più o meno all'era in cui Same-Govj pubblicizzava massaggiatori da collo dalla forma equivoca): si gioca in cinque. Uno chiama una carta, un Asso, un Re, quello che gli pare, e chi ce l'ha in mano diventa il suo alleato segreto, ma segreto per tutti, spesso pure per l'alleato stesso, che magari se ne accorge solo a mano inoltrata, quando gli tocca giocarla e tradirsi davanti a tutti come un cretino. Già questo, per la mia tendenza a preferire i rapporti umani in cui le cose ce le si dice, mi infastidiva un pochino, ma andiamo pure avanti.
Chiamata la carta c'è l'asta, che è un teatrino di performance tipica dell' insicurezza puberale: si sale (o meglio, si scende) di carta in carta fino al due, punto in cui il gioco smette bruscamente di essere una faccenda di simboli e diventa una faccenda di nervi puri, perché nel remoto caso (da noi non succedeva spesso, devo dire) in cui si rilancia sul numero di punti con cui vincere la mano, e tu stai lì a fare i conti a mente su una mano che non hai nemmeno finito di guardare bene, mentre gli altri quattro ti fissano cercando di capire se stai bluffando o se hai davvero qualcosa in mano, se stai cercando di essere l'amico di te stesso o se semplicemente non hai capito niente (ipotesi, quest'ultima, statisticamente sottovalutata).
Il migliore amico di me stesso
Ed è, soprattutto, un gioco fatto apposta per essere giocato da gente che si conosce da una vita e si tratta con quella forma specifica di affetto che consiste nel prendersi per il culo senza sosta e senza un briciolo di pietà. Alla fine il bello del tavolo prima delle otto non erano tanto le carte quanto il contorno: la geografia di alleanze e disprezzi reciproci che si ricreava identica ogni singola mattina, le prese vinte che diventavano trionfi personali da sbandierare per il resto della giornata, quelle perse che si trasformavano in autoflagellazioni della durata di trenta secondi, il tempo di disseppellirsi dalla metaforica montagna di feci ricevuta per la cazzata fatta e scegliere cosa buttare giù al prossimo giro.
Non sto qui a descrivervi chi c'era seduto a quel tavolo, perché tanto li trovate tutti nel gioco qui sotto, ognuno con la sua voce, i suoi tic e le sue fisse insopportabili. Sappiate però che sono tutte persone reali, ridotte a macchiette quindi se li incontrate dal vivo non prendeteli per il culo, adesso dovrebbero essere normali persone adulte.
A tal proposito c'è una cosa che vale la pena ripetere, ed è che quel tipo di socialità lì — fatta di sfottò riciclati identici ogni mattina per tre anni di fila, di soprannomi crudeli affibbiati una volta e rimasti attaccati per sempre, di insulti gridati con lo stesso entusiasmo con cui si grida un gol — funziona magnificamente nei "teen". È anzi, a quell'età, probabilmente l'unico collante sociale che abbia davvero senso, e d'altra parte ne ho già parlato nell' articolo su "W La Diga": non ci sono ancora gli strumenti per volersi bene in altri modi, essere sensibile è segno di debolezza (a meno che non si abbia il carisma naturale di Ser Battista), e allora ci si vuole bene così, prendendosi a male parole per una briscola giocata storta.
C'è un tempo per ogni cosa, diceva quello lì, e quello era il tempo giusto per quella cosa lì. A quarantacinque anni, invece uno spera di essersi evoluto verso una forma di affetto che non passi necessariamente per l'insulto rituale, e se a quell'età serve ancora prendersi per il culo per sentirsi parte di qualcosa, probabilmente il problema non è il giaguaro o il fantacalcio.
Ma non è che allora fosse sbagliato, o che vada rimpianto con gli occhi lucidi o con un labranchismo snob: semplicemente aveva senso lì, in quei mille giorni, dopo essersi rotti il cazzo in un autobus puzzolente attendendo che il semaforo diventasse verde, con il freddo umido del Reno fuori e il bisogno di un posto che ti scaldasse le ossa ed accogliesse un po' di umanità prima dell' ordalia quotidiana, ed è giusto che ci sia rimasto incastrato, invece di essere trascinato fin qui a fare finta di funzionare ancora.
Quel tavolo, quella luce grigia da mattina di scuola, quell'odore di fumo di mattina e caffé Segafredo Zanetti li ho ricostruiti (con licenza poetica piuttosto generosa e zero pretese di accuratezza storica) nel gioco qui sotto. Non ci si gioca per soldi, come da tradizione del bar Viola post-slot-machine: ci si gioca per l'onore e per il piacere sadico di scoprire, mano dopo mano, chi sia il proprio alleato segreto prima che sia lui a tradirsi da solo. Buon divertimento, e mi raccomando: seguite il seme, o almeno provateci senza farvi beccare.
* Piccola postilla doverosa per chi si fosse chiesto perché più sopra ho definito il Post un giornale per gente con l'anatomia genitale delle Barbie: è tutta colpa del modo in cui si pongono, a partire dai titoli. Il registro, insomma. Quello pseudo-colloquiale da millennial che si è fatto poderosamente inculare per un master alla scuola Holden nel 2006 (anno in cui è rimasto con la testa), quel finto parlato con gli occhi sgranati e il sorrisetto acquoso che inizia scrive "Ma allora, dicevamo di questa cosa", come se il pezzo fosse la trascrizione di una chiacchierata allo Starbucks invece che un articolo scritto da una persona che non ti conosce e non ti ha mai parlato in vita sua. È un trucco vecchio quanto il mondo, quello di fingersi colloquiali per sembrare più vicini al lettore, ma applicato con quella specifica untuosità da bambino prodigio che alza la manina prima che la maestra finisca la domanda, perché lui le cose le sa, e soprattutto le sa spiegare, meglio di te, che diciamocelo sei un bifolco non complicato come noi del post che siamo tutti bambini indaco, e hai bisogno che te le rispieghiamo con parole semplici e un tono rassicurante. Non riesco a leggere un titolo del Post senza sentirlo nella testa con quella cantilena lì, la stessa dei piccoli mostri depressi di Bravo Bravissimo, il tono di chi ti sta facendo un favore a spiegarti "cosa sta succedendo" o "perché è importante", come se tu, povero deficiente, non fossi in grado di arrivarci da solo. Castrata pure quella, alla fine, perché anche la finta confidenza è una forma di codardia: dillo che è un articolo, e non fingerti mio amico solo perché hai messo un "dicevamo" a inizio frase. Insomma, per dirla con un modo di dire che non sopporto: pensate di più alla fregna (o al crescimmano a seconda dei gusti).