MAISON DE L'AMOUR
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DISCO #1 - 1991
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> TWO TOWERS, ONE CITY
DATA: 31/08/2026 | AUTORE: Ex Videogiocatore | CATEGORY: videogioco
Non male come città Bologna, ma non ci vivrei. Non di nuovo, almeno, ho già dato a suo tempo: me ne sono andato nel 2013 e non oso immaginare come sia peggiorata la situazione dell' afa negli ultimi anni. Le poche volte che ci ho fatto un salto non ho avuto né particolare nostalgia né particolare indignazione tipica di chi si è fritto il cervello con la pornografia del degrado che vede su internet, ma la mia reazione, almeno quella, è sempre stata la stessa: bella, ma non ci rivivrei.

Tutte quelle scale con la mia caviglia sciancrata, no, non ci vivrei 

Non ci ero andato ad abitare per tentare la vita da bohemien affascinato dai versi del recentemente scomparso Guccini (che, ricordiamo alla fetta di gentile pubblico con turbe mentali che li portano a cercare di appropriarsene ideologicamente, votava PSDI) o per recuperare la vita da fuorisede che al tempo dell' atelier culturale di Via Risorgimento avevo negato a me stesso: semplicemente, mi ero rotto i coglioni di stare a casa dei miei dopo che ero andato a vivere da solo all' estremo opposto del continente. Diciamocelo: una volta che hai assaporato la libertà, fare un passo indietro è un po' un fallimento, ma più di tutto è come riaccendere un sigaro dopo che si è spento. Puoi fumarlo, ma ha un sapore di merda. 

"Che cos'è la merda?"

Questo, e il fatto che la ferrovia suburbana Bologna - Cittadina Elitarista E Fighetta della Provincia Adiacente ci impiegava tre quarti d'ora per fare venti chilometri scarsi, su materiale rotabile risalente agli anni 50 (con ancora le targhette della terza classe) e un puzzo di diesel ricavato da olio di ricino che era probabilmente avanzato a Italo Balbo. Tutto questo quando andava bene e non si fermava in mezzo al nulla. 

Ce plat pays qui est le mien 

E così trovai un bell'appartamento a 100 metri dall' ufficio, cosa che come primo effetto ebbe quello di fare si che fossi mediamente molto più in ritardo rispetto a quando dovevo imbarcarmi nell' odissea quotidiana del pendolare pre-era dello "Smart working" (che nome tipicamente, provincialmente italiano). Però oh, almeno dormivo fino alle 8. Dici poco? Non è poco. Il rovescio della medaglia era che spesso capitava che mi portavo il lavoro a casa, fino all'una di notte (ci avevo fastweb veloce che andava quasi meglio che in ufficio) e spesso transitava da me qualche collega che portava le birre e ancora una volta eroicamente salvavamo la società (il che la dice lunga sulla maturità organizzativa di una società se dipende interamente da due stronzi che martellano dati in una tabella standard di SAP direttamente in ambiente di produzione tramite la transazione SE16N dopo mezzanotte con un tasso alcolemico che avrebbe impedito di operare macchine. Non nego che al tempo mi sentissi figo per questo. Non nego che andare a vivere nella grande città mi avesse emancipato dalla lettera scarlatta del pendolare che quando si leva giustamente dal cazzo alle 17:30 si sente dire "Oh, statale, mezza giornata oggi?" da gente che ha fatto 4 ore di pausa pranzo. E sì, sono ancora un po' infastidito da quest'attitudine.

Statali

Ma sto divagando. Quello che ho appreso vivendo proprio nella città (non posso proprio dire "dentro le mura" perché mi trovavo proprio sulle mura) è che i bolognesi sono mediamente depressi. Non depressi nel senso clinico del termine, ci mancherebbe, ma con una particolare forma di malinconia espressa da un lamento stentato esalato con voce nasale. La frignata passivo-aggressiva con voce nasale in una città come Bologna sembra quasi essere diventata un tratto antropologico. 

E no, non parlo nemmeno della sovramenzionata pornografia di degrado urbano, quella che evidentemente produce una dipendenza abbastanza seria in chi non può iniziare la giornata senza dare il mi piace al video di uno che piscia sotto un portico. Si badi che quando me ne sono andato nel 2013 ancora si riusciva a trovare da chiavare con facebook, quindi il cosiddetto "web 2.0" non era ancora popolato da vecchi che escono solo per far pisciare il cane, bot e qualche intraprendente ragazzino che cerca di monetizzare il suo engagement farming da uno scantinato del subcontinente indiano. C'erano persone vere, e quindi la pornografia del degrado non esisteva ancora nella forma industriale in cui esiste oggi, ma Bologna mi sembrava già una città piena di gente che si lamentava di Bologna. Un po' per riempire il vuoto nelle conversazioni, un po' perché c'è sempre quella specie di peer pressure verso il basso di cui ho parlato in un mio precedente articolo, ma soprattutto qui c'è un'altra cosa ancora che trovo particolarmente bolognese e che ho constatato soprattutto nei tifosi di quella che sfiga vuole che sia la squadra per cui faccio il tifo. 

Gira e rigira finisce sempre che aveva ragione lui

C'è una certa difficoltà, soprattutto nell'ambiente bolognese che ho conosciuto io, ad ammettere candidamente che non è un peccato dire che un mondo migliore è possibile e soprattutto è fattibile. Sembra quasi che aspirare a una condizione migliore sia una forma di ingenuità, mentre accontentarsi di quella attuale dimostri di avere finalmente capito come funziona il mondo. Che è una cosa da cinico disilluso come dicevo nell'articolo su W la Diga, ma qui entra in gioco un termine che a Bologna viene usato spesso, quello del maigoduto.

Se state a sentire i tifosi rossoblu, il maigoduto è colui che non è mai contento dell'operato della società, che, diciamocelo, lascia molto a desiderare: i due ottimi anni che hanno visto il posizionamento in zona Champions League e la vittoria della Coppa Italia sono derivati da quando qualcuno che fu bollato come troppo arrogante ebbe a dire che il mercato aveva fatto schifo e che i giocatori meritavano molto di più. Ora che chi aveva detto questo se n'è andato tra gli sputi del pubblico (ha osato andarsene alla juventus, per cui a Bologna c'è un eterno complesso di inferiorità) la società ha smantellato per bene quella squadra, e se qualcuno (me) dice che sostituire Calafiori con Casale e Zirkzee con Dallinga non è stata una scelta molto intelligente, allora si becca del maigoduto.

Fa bain zugher al cinno, maigoduto

Ma maigoduto ha un significato originario diametralmente opposto. Il mai goduto era colui che ostentava (anche abbastanza ipocriticamente) una specie di iperentusiasmo tipico di chi, nella propria vita, non aveva mai veramente goduto (nel senso a cui state pensando, sì). Da qui anche il corollario maigoduto-maipippato, che era evidentemente il punto di arrivo della categoria: uno che non aveva mai scopato e che, per una qualche ragione, aveva deciso che anche masturbarsi fosse moralmente sospetto.

La cosa che mi interessa non è tanto la battuta, quanto il meccanismo. Questo entusiasmo ostentato può essere una forma di apatica rassegnazione tanto quanto il lamento continuo. Se sei convinto che le cose non possano andare meglio, a un certo punto hai due possibilità: puoi diventare quello che passa la vita a dire che tutto fa schifo oppure quello che racconta a tutti quanto sia meraviglioso quello che ha già (possibilmente, in esclusiva). In entrambi i casi, il problema alla radice è risolto, non devi più chiederti se sia possibile ottenere qualcosa di diverso: meglio non sbatterci troppo, perché potremmo fallire e non sia mai!


Fare qualcosa di diverso? Impensabile. Pensare che "il sistema sia scalabile"? Bestemmia. Pensare che non è vero che i forti fanno quello che vogliono e i deboli soffrono quello che devono, come diceva Tucidide? Eresia! Non importa che l'ateniese che disse la frase qui sopra poi fu sonoramente mazzuolato dalle colonie greche che pensava di far soffrire. Quello è un unicum! (Come l'Atalanta, il Como, il Sassuolo, il Chievo, l'Udinese, etc. etc.) Che se uno prova a uscire dal secchio gli altri granchi faranno il possibile per tirarlo giù.


Non è un unicum


Il bolognese medio che ho in mente io sta abbastanza comodamente in questo limbo. Da una parte il piacere quasi masochistico di ricordare che tutto va male, dall'altra la necessità di raccontarsi che in fondo va benissimo così perché nel suo piccolo ha vinto la sua personalissima guerra tra poveri.


È una combinazione curiosa, perché produce persone che possono passare una serata intera a lamentarsi della propria squadra, della città, della politica, del lavoro, del traffico e di qualsiasi altra cosa, e il giorno dopo essere le prime a spiegarti che non dovresti lamentarti del brodo grasso perché, tutto sommato, potevi nascere in Biafra.


Alla fine il punto non è nemmeno Bologna. È che per una certa mentalità l'idea stessa di 

desiderare qualcosa di meglio diventa sospetta. Se vuoi che la squadra vada in Europa sei un illuso. Se vuoi che la città funzioni meglio sei uno che non capisce la realtà. Se pensi che un'amministrazione comunale possa fare qualcosa di più decente di mettere quattro alberelli striminziti in piazza maggiore autocompiacendosi per aver combattuto l'effetto "isola di calore", allora sei uno che non sa come gira il mondo, eh ma che ti aspetti, ma che cosa credi di fare, stai cagato etc. etc. Perché se putacaso si riuscisse davvero a fare qualcosa, prima o poi bisogna trovare il modo di spiegare perché in realtà non vale niente. 


Abbiamo già fatto fin troppo, bona lé


E così il bolognese finisce in una situazione abbastanza simile a quella tipica di tanti ex clienti del bar del mio amico Ivano (che ora ha venduto il bar ed è un uomo nuovo, e sono felice per lui): uomini che stanno da vent'anni con una donna che non sopportano, che li tratta pure male, con cui non hanno praticamente più nulla da spartire, e continuano a starci perché l'alternativa della solitudine sembra molto peggiore. Al bar dicono che sì, magari non sarà proprio la donna della loro vita, però «se le dai l'oca in mano sa ben dove metterla». Dopo averlo ripetuto per abbastanza anni, uno probabilmente comincia a crederci davvero.


Oca in mano.


E alla fine sì, mi rendo conto che una notevole sovrapposizione con le persone descritte nell'articolo su "W La Diga" c'è. Oh beh. Non ho idea di quando sia cominciata questa rassegnazione collettiva, che al vecchio paese percepisco più o meno da quando ne ho memoria. Presumo però che al tempo della costruzione delle torri che sono simbolo della città (e che non sono minimamente sfruttate come altre opere di un detestabile ex granducato situato più a sud) questa tara mentale non ci fosse. E per questo, ho deciso di riprendere un'ambientazione fantasy-medioevale di quando da giovane facevo videogiochi per diporto senza l'ausilio di intelligenza artificiale, e piazzarci questo semplice giochino a metà tra il puzzle e il gioco di abilità e destrezza nel cliccare: due gru nella città di Bononia Turrita fanno penzolare dei massi e tu devi mollarli al momento giusto per impilare le torri senza che crolli tutto. Se venissero storte, nessun problema: lo sono anche nella realtà. E il fatto che il ritmo sia molto rapido sia anche un modo per dire a noi stessi che a volte è sufficiente farle, le cose e non stare a sentire tutti quelli che cercano di tirarti giù. E sì che l'Asinelli e la Garisenda con la loro presenza dovrebbero ricordare a tutti i Bolognesi che l'edilizia medievale aveva un rapporto abbastanza elastico con il concetto di sicurezza. Sarebbe già un approccio leggermente più costruttivo rispetto a passare la giornata a dire che tutto fa schifo.


Il gioco è stato sviluppato interamente con Claude Sonnet (credo 4.6) con la grafica interamente disegnata in SVG. Ho intenzione di pubblicare altri giochini ambientati nel circondario di Bononia Turrita del medioevo, quindi se l'ambientazione vi piace, sono felice per voi! Restate sintonizzati e ci torneremo (ma non subito).


INTANTO, CLICCATE QUI PER GIOCARE.

puzzle arcade

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