Mi rendo conto di essere, informaticamente parlando, molto più vecchio di tanta gente con cui ho a che fare quotidianamente. Molti miei colleghi non erano ancora nati quando io già mi rincoglionivo davanti a uno schermo a fosfori verdi. Certo, questo avrebbe dovuto in qualche modo deprimermi qualche anno fa, ma devo dire che con lo straccio di equilibrio che mi sono trovato (e, mi duole dirlo, Andreotti non ha fatto molto sforzo per venirmi a ricordare di mantenerlo, quell'equilibrio) accetto la mia maturità e guardo con benevolenza ai giovani virgulti che vanno in ansia ogni volta che devono sollevare una cornetta per fare una telefonata e a cui devo spiegare ogni volta che vanno al cesso che la tavoletta va sollevata prima di pisciare. Aiuta anche il fatto che a 44 anni sono ancora un discreto manzo da esposizione. I capelli, anche se grigetti, ci sono, lo stato di forma è molto migliore del decadimento totale in cui mi trovavo intorno ai 18 anni, bene così! Poi i miei figli vedono le foto di 15 anni fa e dicono "Ma papà, avevi la pettinatura che sembri Alcaraz!" che detto da loro che sono dei sinneriani sfegatati è una cosa non propriamente positiva (Ebbene sì, adesso a livello di famiglia seguiamo il tennis. L'ho detto, nella vita si cambia).

L'ex videogiocatore, circa 2011
Ecco, questa mia vecchiaia informatica fa si che l'archetipo di computer che io ho in testa è quello che si vedeva nelle vecchie storie di Topolino. Una tastiera, uno schermo (possibilmente con piedistallo areodinamico e un po' retrofuturista), un pulsantone per accenderlo, e via che subito compare una scritta simile all'indimenticato "Buongiorno professor Falken" ma ancora più altisonante, qualcosa dipo "Ex Videogiocatore, sono ai tuoi ordini." C'era un tizio all'università con me che era soprannominato "il Re" perché come sfondo del computer aveva un cavaliere medievale con un fumetto che diceva "Benvenuto mio re combatterò per te" e non so se metta più malinconia la naiveté di questo tizio o la stronzaggine mia e dei miei sodali che ne ridacchiavamo. Sta di fatto che, salvo tristi ersatz come quello sfondo o le azioni che, in preda alla noia, facevo fare al prompt di MS-DOS, la vita reale non era nulla di tutto questo.
Già quando mi arrivò il mio primissimo computer forse la più grande delusione fu il fatto che al monitor mancava il piedistallo. Certo, c'era un cassone con una fessura per i dischetti ("le schede", le chiamava mia mamma che era ancora rimasta all'unico suo lavoro precedente all'insegnamento) ma non era certamente aerodinamico e futurista come l'aruspice elettronico con cui la vecchia anatra plutocrate con la palandrana trovava affaroni ("Le Bazze" si diceva al Vecchio Paese) con cui moltiplicare il pecunio. E poi c'erano i cavi. Cazzarola quanti cavi. L'Olivetti PC128S aveva pure un simpatico e disinvolto bus dati che usciva dalla tastiera per andare ad attaccarsi al già menzionato cassone con la fessura (che detta così suona pure offensiva un po').
Se guardate bene il nastrino lo vedete
Questo era dovuto al fatto che la CPU stava dentro la tastiera, come spesso succedeva ai microcomputer dell'epoca, ma io non lo potevo sapere e non escludo pure di averci tirato qualche pugno in preda alla frustrazione.
Dicevamo, i cavi. Non solo un modo con cui smontare tutte le illusioni, ma una bella sorgente di vaffanculi da parte di mia mamma. E perché? Presto detto: se dentro ai cavi passa la corrente, sulla guaina dei cavi che è in plastica si forma elettricità statica in quantità trascurabile, ma sempre sufficiente ad attirare polvere. Ed ecco che mentre sono lì che sto scrivendo una cosa in quel momento così fondamentale da essere una questione di vita e di morte (in realtà non lo è, è un documento Wordstar 4.0 in cui scrivo una storia in cui i miei compagni di scuola B. e R. fanno una specie di incontro di mixed martial arts ma usando scorregge e ascellate) arriva proditorio uno Swiffer a completarmi la frase con QSDGKGJDSLKJSDG EJGZEKLJGB. Intendiamoci, era una cosa perfettamente rimediabile ma:
A) mi rompeva il flow (oltre che i coglioni)
B) almeno potevi chiedere prima di passare lo swiffer, no? Ah no, probabilmente ero io che non ho ascoltato. O forse mi stai facendo "gaslighting" facendomi credere che mi avevi detto una cosa che in realtà non mi hai detto. Coincidenza vuole anche che proprio mentre sto parlando di gaslighting, il me stesso incazzato di tanti anni fa stesse scrivendo un passaggio dell'avvincente lotta tra B. ed R. in cui uno dei due dà fuoco a un suo gas intestinale.
Un po' come lui, ma io le cose cerco di portarle a termine
Sono andato in loop, ma insomma avete capito. Dal 1987 sono passati quasi 40 anni e i miei figli che leggono i miei vecchi Topolino non sembrano essere particolarmente connessi a questa rappresentazione dei computer. D'altra parte il computer che per loro è più comune è un cellulare, o un laptop, o il mini pc attaccato alla TV. Già quando dico loro che ai miei tempi il telefono aveva la rotella e non andava su internet, non dico che siano increduli, ma fanno sempre quel passo in più che serve per arrivare a qualcosa che non è propriamente immediato. Però, per quanto resti sempre un grande antinostalgico ci tengo sempre a precisare che comunque, per quanto poco potenti, le macchine facevano sempre quello che ci si aspettava, e anche se lo facevi mille volte ti dava sempre lo stesso risultato. Ma è noioso! mi dicono: ebbene sì, lo è, ma è tanto rassicurante.
E niente, credo sia questa l'incomunicabilità generazionale di cui si sente spesso parlare. Parlando di incomunicabilità generazionale (e lasciate che mi autocompiaccia su come riesco a riprendere il filo del discorso dopo aver fatto diverse giravolte), l'ordinare i cavi, per la mia generazione, è stato un grande punto di discordia tra genitori e figli. Per questo mi è sembrato giusto creare un puzzle game in cui si ordina la disposizione dei cavi in una stanza informatica particolarmente incasinata. Ora, nella mia vecchia carriera autoriale i giochi puzzle li snobbavo molto, specie perché in quel periodo c'erano molti "connect three" che spillavano un sacco di soldi ai baby boomer e mi sembrava un modo vile di arraffare soldi. Pecunia, ovviamente, non olet: facevano benissimo a farsi pagare. Ero io che con il culo dritto ne facevo una questione di principio. Ora che non mi interessa fare soldi coi videogiochi ovviamente faccio un puzzle game. Non è un connect three, ma è praticamente l'applicazione manuale di un algoritmo di untangling, in modo da evitare attorcigliamenti di cavi, che sembrano essere per la mamma del gioco il peggior ricettacolo di polvere che si possa immaginare. Siccome l'untangling è qualcosa di piuttosto facile, avevo scelto di aggiungerci anche una prima fase in cui bisogna cercare di legare le parti di cavo ridondanti con un nastrino, ma senza però legare più cavi assieme perché sennò la mamma si incazza e taglia tutto (era una minaccia reale che ricevevo. Purtroppo ci credevo).

Ora, il gioco è stato fatto a con Gemini (una versione vecchia) quindi non escludo che qualche bug ci sia. Le scanline che fanno effetto retrò sono migliorabili, e l'uso delle emoji è sempre un po' troppo esagerato. Ma concettualmente non è male, per quanto credo che sia necessaria un'ulteriore raffinata che al momento, personalmente, ho il tavò di darci. Comunque! Passate 40 livelli e finalmente potrete andare a vivere da soli, senza la mamma che vi rompe il cazzo per i cavi in maniera passivo aggressiva e manipolatrice (un giorno dovremo tornare sul concetto del triangolo drammatico, credo). Facile, no? Fatemelo sapere.