C'è stato un lungo periodo in cui aspettavo le vacanze con una certa agitazione. Ho avuto un periodo in cui per me andare al mare era qualcosa che mi agitava molto, perché non sapevo nuotare e mia nonna, per farmi imparare a essere invincibile in quello che era LO SPORT COMPLETO™ prendeva la seggiolina "à la regista", la piantava sulla battigia (il "bagnasciuga", come era solito dire un noto romagnolo) e mi guardava mentre cercavo di farmi crescere le branchie inalando mezzo adriatico col naso.
Mutazione!!
Ora viene un po' da riderci sopra, ma quando l'ho raccontato a mia moglie (ridendoci sopra) lei aveva assunto un'espressione in preda all'orrore. "Ma questo è abuso psicologico!" mi aveva detto. "Eeeehhhh, che esagerata", avevo risposto io che, da furbo che ero, avevo appreso come lezione da quell'episodio (e da tanti altri) il fatto che mostrare qualsivoglia vulnerabilità fosse segno di debolezza, e la debolezza è per le donnicciole.
Certo, poi il rischio all'estremo opposto è quello di finire come Zerocalcare a sbandierare le proprie micronevrosi, come l'esaurimento nervoso quando per l'ennesima volta ricominciavano la serie dei cavalieri dello zodiaco da zero prima della puntata finale, e anche questo, se mi perdonate il banale cerchiobottismo del "bisogna trovare il giusto mezzo", non è bello. Che poi senza scomodare Zerocalcare c'era un mio ex collega, romano anche lui, che faceva un po' il bulletto forse per compensare alle spalle a bottiglia, che tra un "ahò" e uno "stacce", si vantava di quanto avesse pianto tutta la notte prima del suo matrimonio.
"Quarcuno àddetto notte prima de...?"
E quindi qui siamo arrivati a un livello di meta-narrazione che onestamente devo dire che mi sono perso e torno all'argomento principale. Le vacanze.
Altri anni in cui ero anagraficamente più maturo e andavo in vacanza con i miei coetanei, l'imperativo categorico pre-vacanziero era uno solo: Chiavare! "E inshallah, forse, se l'allineamento astrale è quello giusto e scanniamo abbastanza capre in sacrificio a Tuaret, la dea egizia con la testa di ippopotamo della fertilità, forse, magari, un bacetto agli angoli della bocca grazie a una mossa degna di Denìlson nella famosa pubblicità dell'areoporto, lo riusciamo a rimediare!" era la risposta di noi sfigati. E chiaramente eravamo tutti così presi dall'ansia da prestazione che si rimediava sempre ben poco, e quando c'era qualche possibilità eravamo tutti così presi a farci sembrare a vicenda delle merde per sembrare fighi a confronto, che venivamo schifati a livello di gruppo. E come biasimare le gentili signorine?
Lui lo aveva capito e infatti ha trovato da fare bene con Jennifer Connelly
Insomma, com'è come non è, molto spesso le vacanze finivano per essere una specie di grande esame collettivo di "self-confidence" maschile, dove per passare l'esame dovevi dare sfogo al peggiore dei "rugged individualism" all' americana (ma d'altra parte quelli erano gli anni in cui eravamo molto più psicologicamente sudditi dei gringos di quanto non lo siamo ora).
E alla fine il modo per passare l'esame senza cercare troppo confronti diventava non tanto quanto ti fossi divertito ma quanto potevi raccontare al ritorno quanto lo avessi messo metaforicamente in quel posto al prossimo (se il prossimo era femmina ovviamente non solo metaforicamente).
Una roba talmente contorta che col senno di poi mi sento di aver davvero vinto quando tornavo a casa con la sabbia nelle mutande, nessuna storia da raccontare, ma almeno mi ero rilassato. Questo avveniva quando non avevo troppo bisogno di fare signalling di virilità né litigavo troppo con gli amici del mare per questioni calcistiche (se non era per la fregna era per quello che ci si menava). Ogni tanto accadeva, ma non sempre.
E insomma quando avevo 10 anni le vacanze riuscivo a godermele: avevo imparato a nuotare, ero in quella che Freud chiama la frase latente, ogni tanto si riesce a giocare, la vita è bella. E quando il sole inizia a calare, la pista cifrata della settimana enigmistica è fatta, e hai imparato a memoria l' albo de i classici Disney chiamato con giochi di parole tipo "E...State con noi", che si fa? Si guarda una competizione degna della stagione degli amori animali come descritta da Il mondo di Quark,la partita a bocce tra i vari personaggi della spiaggia.
Non mi sfugge il fatto che un videogioco di bocce sia stato anche il primo videogioco di Ivan Venturi: lui però dopo aver mollato la Simulmondo poi ha iniziato ad avere pruriti adolescenziali che non si sono mai più sopiti, e le bocce nei suoi giochi successivi erano tutte fatte di ghiandola mammaria e silicone.
"ATTORI SIMULATI"
Io invece mi sono limitato a prendere personaggi della spiaggia della mia infanzia realmente esistenti e li ho fatti sfidare tra loro con i loro cliché, i loro tic verbali e qualche licenza poetica (mia nonna ad esempio si autodefiniva sì "bersagliera" ma il cappello dell' arma ovviamente non lo aveva, ma la parte in cui insulta costantemente il nipote era più della nonna del mio amico M.B. che è morto in maniera molto stupida. Insomma è un personaggio crasi) . Piero il friulano trapiantato a Osteria Grande (BO) invece era esattamente così come lo vedete nel gioco, e devo dire che sono veramente orgoglioso di aver causato la Madeleine in altra gente che quel periodo lo ha vissuto. Non tanto per ostentare lacrime sui bei tempi andati (sapete che non è proprio il mio stile) ma per ripensare a quanto queste persone prendessero sul serio e con spirito competitivo all'estremo quello che doveva essere un passatempo. Magari la boccia esce dal campo, colpisce qualcosa, succede un casino e parte il commento sprezzante a cui bisogna ribattere, mi raccomando, con tanta grinta e senza mai mostrarsi vulnerabili. La vittima sì, quella si deve fare, anzi più si fa meglio è. Perché non ha nulla a che vedere con la vulnerabilità ma è la totale incapacità di accettare la propria fallibilità senza costruirci sopra una narrativa gigantesca.
Sbagliamo un tiro? Non è perché abbiamo sbagliato, è il vento, è il caldo, la sabbia, l'ho tenuta in mano, passava una figa paurosa e mi sono distratto, ma tu che vuoi saperne che sei un invertito, è che mi hai lasciato la boccia difettosa, sono quei ragazzini rumorosi, insomma non è responsabilità mia.
E in fondo va bene così, se si gioca soltanto a bocce. L'importante non è vincere, ma sudare, litigare per niente, ridere delle stesse battute per l'ennesima volta e magari scoprire che quella cosa che da piccoli ci faceva soffrire oggi è solo una storia buffa da raccontare.
Senza mai dimenticare che ovviamente, se vinco io è perché sono bravo, se vinci tu ci hai avuto la botta di culo: le regole non le ho scritte io, ma funziona così.